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Ricordo un amico, ANTONIO D’ALIMONTE
Oltre 25 anni fa l’amico scomparso Antonio D’Alimonte fondò questa Associazione partendo da un’idea semplice ed innovativa: riunire i fotoamatori italiani in un gruppo senza troppi formalismi che potesse dare a tutti la possibilità di cimentarsi con mostre, concorsi, workshop, convegni e congressi. E’ innegabile che essa ha rappresentato per tanti fotoamatori italiani e stranieri (dei club associati sloveni, austriaci,svizzeri e cinesi) un punto di riferimento in cui tutti hanno potuto confrontarsi, nessuno escluso, dai principianti ai più esperti.Una struttura aperta, forse troppo, a scapito a volte della qualità generale, come in qualche occasione facemmo osservare ad Antonio. Ma lui la vedeva così, senza “briglie” per i soci, una Associazione dove ciascuno ha potuto offrire il proprio contributo di capacità a livello direttivo, organizzativo, alla stesura del Notiziario, alle Mostre.
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Considerava i titoli poco più che simbolici, quasi orpelli poco accostabili al nome, al contrario di quanto avviene altrove, dove, tenuti in massima considerazione, riescono a creare una scala gerarchica tale da condizionare, in maniera soffocante dal mio punto di vista, gli approcci tra gli stessi fotoamatori, togliendo spontaneità alla passione fotografica che ognuno porta dentro sé.
Ed è stato proprio con Antonio che questa passione prese in me vigore quando nel 1984, allora solo un conoscente, mi propose di iscrivermi all’ANAF nata pochi anni prima. E riuscì a vincere la mia ritrosia, dovuta alla mia semplice esperienza di base con una Agfa semiautomatica a mirino galileiano, con bassi risultati confermati da mio fratello, già utilizzatore di reflex, che mi appellava “schiacciabottoni” e famigerato “tagliateste”. Questi stimoli così diversi mi spinsero a fare passi decisivi nell’acquisto di un corredo serio ed ad allontanare una nomea così molesta.
Settimanalmente, nel giorno libero dalla mia attività scolastica, verso mezzogiorno, andavo a trovare Antonio nello studio dove lavorava ed in quelle occasioni ebbi modo, avvolto in nuvole di fumo multifilter, di conoscerlo meglio. E per me, che avevo smesso di fumare, fu dura resistere all’offerta di qualche sigaretta, mentre mi parlava con foga delle sue aspettative e parimenti delle sue delusioni nei confronti di alcuni soci delegati provinciali o regionali. Man mano mi accorgevo che quella stanza dello studio diventava sempre più Segreteria Nazionale e i documenti e i rotoli dei lucidi lasciavano il posto sugli scaffali a pile di foto 20x30 in preparazione delle mostre, a quelle per i Concorsi, a quelle raggruppate per il Catalogo Annuale, alle bozze di prima stampa del Notiziario, di cui accettai l’incarico di collaboratore e revisore, alle copie vecchie e nuove del Notiziario, alle missive postali di soci di tutta Italia separate da quelle estere scritte in lingua inglese che destavano non poca preoccupazione in Antonio.
Insomma questa era la “fucina” della Segreteria Nazionale, una stanza piccola , senza spazi vuoti, ordinata, pur nella disomogeneità , dove Antonio organizzava da solo le attività fotografiche nazionali, spesso anche di buon’ora ad iniziare dalle cinque di mattina, quando, come diceva lui, non aveva molto sonno.
Dato il suo carattere sempre allegro e il parlare arguto la frequentazione diventò cordiale e amichevole e mi permise di esprimermi schiettamente e anche di criticare alcuni aspetti organizzativi e di consigliarlo, sia come amico che in qualità di componente del Consiglio Nazionale. Lui mi ascoltava osservandomi con sguardo diffidente e furbo e a volte contestava le mie osservazioni spiegandomi come l’impegno di alcuni delegati regionali fosse così basso da pregiudicare risultati associativi a cui teneva molto. Dove avvertiva la necessità della sua presenza andava direttamente per rafforzare l’entusiasmo e fornire una dose di fiducia . Varie volte ci siamo trovati insieme e sempre ho trascorso ore in piacevole compagnia. A Roma all’Ambasciata Cinese, a Palermo per la riunione di un Consiglio Nazionale. E sempre gli incontri erano caratterizzati da cordialità, da battute volanti che diffondevano allegria e abbattevano immediatamente le barriere della diffidenza e della seria ufficialità di chi per la prima volta lo incontrava e lo ascoltava.
Antonio era fatto così: parlava con entusiasmo della fotografia e degli sviluppi dell’Associazione e nella preparazione dei Congressi Nazionali manifestava appieno la sua capacità organizzativa.
Le giuste titubanze, le perplessità dei delegati regionali nelle città prescelte per l’incontro annuale sparivano di fronte alla sua sicurezza che rendeva le cose facili e fattibili. I contatti con le Amministrazioni comunali, la scelta e la ricerca dei locali pubblici adatti ad ospitare il Congresso o le mostre con centinaia di foto dei soci erano ormai elementi di una prassi ordinaria, consolidata dall’esperienza, e non conosceva ostacoli. E non sempre tutto ciò che era programmato riusciva alla perfezione, ma siccome perfezionista non era, questo non lo intaccava. Mirava alla riuscita globale della manifestazione lì dove altri si sarebbero arresi già prima in mancanza di un presupposto.
Come non potrebbero tornare alla mente le immagini di tanti incontri e i volti degli amici nei momenti vissuti annualmente durante i Congressi?
Capestrano, Cava dei Tirreni, S. Lorenzo in Campo, Spello, Colorno,, Termoli, Acquaviva Picena, S. Vito, Scanno, Sulmona, Castel Del monte, e per ultimo, nel 2003, Poggio Picenze.
Ho saltato Ravenna, ma quello è un momento forse da cancellare dalla memoria, come di fatto fece in seguito Antonio in tutte le pubblicazioni successive, scrivendo sui depliant, in riferimento all’anno 1998, “14° Congresso non effettuato”, come a rimuovere totalmente dalla sua esperienza quella che considerava a diritto la peggiore tra quelle avute in questo campo, e in parte anche della sua vita .
A questo punto rivedo davanti agli occhi le immagini di quella giornata domenicale. In mattinata arrivai a Ravenna con altri amici di Chieti e non mi avvidi che qualcosa di strano era già nell’aria. Dopo aver salutato affettuosamente alcuni soci amici e il Presidente che si allontanò velocemente, senza che ne capissi il motivo, scorsi a distanza Antonio e la moglie. Mi aspettavo il solito saluto allegro e rumoroso, ma dovetti subito accorgermi che non fu così. Lei era triste, dagli occhi umidi, quasi piangente. Antonio era agitatissimo e scuro in volto. Si muoveva avanti e indietro fumando nervosamente e appena mi vide mi apostrofò con energia per il ritardo e ripeteva quasi a sé stesso parole che riecheggiavano un tradimento appena consumato. Di lì a poco riuscii a capire ciò che era avvenuto pochi istanti prima.
Nella riunione di Consiglio la maggioranza aveva esautorato Antonio dall’incarico di Segretario Nazionale. Ciò lo aveva turbato moltissimo perché lo riteneva un fatto inaudito ed un vero e proprio affronto. Togliere la segreteria nazionale a chi l’aveva istituita suonava per lui come il rapimento di un bimbo dalle braccia del padre contestato nella paternità.
Preso atto velocemente della situazione gli altri presenti e io cercammo con poco successo di rasserenarlo e parlargli, dicendo che avremmo trovato poi con calma le ragioni di un tale comportamento da parte di quelli che apparivano veri cospiratori.
In quel momento e successivamente ho avvertito un senso di colpa per non aver partecipato a quella riunione,divenuta così drammatica rispetto alla normale routine e del quale stravolgimento non avevo avuto alcun sentore o preavviso. Probabilmente sarei stato tra i pochi a controbattere i più nel prendere una tale decisione e non sarei riuscito a modificare il verso delle cose, ma forse avrei potuto fare opera di mediazione tra le parti.
Ancora oggi mi chiedo come mai prima di quel giorno nessuno degli altri Consiglieri mi contattò, considerando la mia moderazione e nello stesso tempo la mia vicinanza a D’Alimonte , al fine di trovare una più sensata via di uscita. Fatto sta che per Antonio fu un grave colpo. Lui che l’Anaf l’aveva inventata, svezzata e sostenuta in tanti anni non poteva accettare che finisse così.
Molti che prima si dichiaravano amici, cinicamente non capirono o non vollero capire le conseguenze. Lui reagì, come da suo carattere, dinamicamente e senza perdersi d’animo,rifondò l’Associazione e continuò sul suo cammino. Purtroppo quell’esperienza impresse nell’uomo una impronta che non giovò al suo stato di salute che in pochi anni peggiorò all’insaputa di tutti.
Alla fine di giugno 2003, a Poggio Picenze, ultima sede di Congresso, nonostante la salute apparisse palesemente malmessa non abbandonò il Congresso, come avrebbe potuto e dovuto, ma fino in fondo si attenne alle consegne che egli stesso si era dato.
Il parlare rauco con le parole strisciate, lo sguardo non più incisivo, il passo vacillante erano cattivi segni premonitori, così che appena un mese e mezzo dopo in una calda giornata di agosto lo abbiamo perso. La pausa estiva e gli impegni avevano allentato i contatti e molti non hanno saputo immediatamente di questa perdita.
A noi che lo abbiamo conosciuto da vicino, umanamente, con le sue qualità e imperfezioni, lascia un’eredità da non disperdere e pur nel nostro piccolo cercheremo, attraverso le attività fotografiche che sapremo mettere in atto, di mantenere viva la memoria negli amici che lo hanno apprezzato e vorranno collaborare presto con noi.
Ciao Antonio !
Raffaele Zuccarini
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